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2012

Cosa farai da grande

posted Feb 19, 2012 6:11 PM by Marzia Polito

A volte, uno ha la strampalata idea di chiedere ad un bambino cosa fara' da grande. Forse e' una cosa buona, si stimola la fantasia, si instilla l'idea che ad un certo punto uno ci debba pensare, insomma si prova ad accendere una scintilla. E poi ci si diverte a sentire le risposte.  Rocco vuol fare il cowboy, oppure vuole imparare ad andare in bagno da solo.  O troppo astratto o troppo concreto, oppure solo un po' confuso dalla domanda. Luna si e' invece inventata il mestiere di "Iron Chef Design", nato dall'ultimo show preferito, Iron Chef America,  con forte predilezione per la parte relativa alla presentazione del piatto. E si esercita, riorganizzando tutto cio' che le mettiamo nel piatto in originali disegni culinari che poi ci offre o si mangia di gusto (ci voleva il design...). Ma le idee durano poco, oggi un altro treno e' partito e ci siamo dovuti esibire nella descrizione della differenza tra un dottore e un infermiera. Rocco era sempre un cowboy.

Il fatto strano e' che, a pensarci bene, ci sono buone possibilita' che il mestiere che pensavi di fare, quando cresci, non esista piu', o ancora piu' possibilita' che quello che farai non esista ancora.  E i percorsi che ti ci porterano potranno essere tortuosi e  indiretti, e certamente diversi da quello che ti eri immaginata. Oppure prenderai una scorciatoia inaspettata, e poi ci arriverai e scoprirai che non era quello che ti aspettavi.  Ma questo non vuol dire che non ne sarai felice. A volte non ti piacera'  penserai di cambiare, e sara' bene che tu lo faccia.  O magari il mestiere desiderato diventera' un sogno, o un hobby. A volte invece saprai bene fin dall'inizio, ci arriverai, lo farai e  sara' esattamente quello che ti aspettavi.  Sotto sotto ho sempre invidiato quelli che avevano un'idea in testa e non li fermava nessuno. 

Quando avevo dieci anni, programmavo in Basic la mia prima versione di Invaders, e registravo il codice su cassetta.  Io e tanti altri, bambini tra i  settanta e gli ottanta.  Poi gli eventi sono stati differenti, e le direzioni disparate. Alla fine sono tornata li', a giocare con gli algoritmi e scrivere codice.  L'ho presa un po' alla larga, ma se avessi tentato di arrivarci su una strada diritta, forse non ci sarei mai arrivata.  Non rimpiango nessuno dei passi intermedi. Intanto ho fatto anche altre cose, e ho qualche storia da raccontare.

Quando fu il mio tempo di decidere, la pressione non era granche'. Al Liceo, ma anche alll'Universita', tanti se la prendevano comoda, e poi alla fine da qualche parte sono arrivati, alcuni con successo.  Non sembra piu' essere cosi', e forse qui negli USA non lo e' mai stato. Inorridisco per la competizione spinta fin da tenere eta', per i test attitudinali ai qundicenni, per l'ansia malata dei genitori.  Capire cosa uno vuole fare da grande e' difficile, e a volte non e' nemmeno cosi' importante.  Si dovrebbe lasciare lo spazio anche per quelli che non hanno le idee chiare immediamente, che possano fiorire piu' tardi.

Mentre pensavo a tutto questo,  sulla TV scorrevano le immagini dei Jetsons, i Pronipoti. Un'altro dei meravigliosi cartoni che Daddy seleziona con cura, che siano stati fatti ieri o cinquant'anni fa.  E quasi cinquant'anni fa, quando si facevano i Jetsons, si pensava che nel futuro tutti i veicoli di trasporto perosnale volassero, e ancora abbiamo i piedi e le ruote sull'asfalto.  I robot-collaboratori familiari avrebbero dovuto avere sembianze umane, invece abbiamo dischi da mettere sul pavimento e assistenti personali puramente vocali.  Si era capito che le telefonate sarebbero state sostituite da collegamenti video, e che l'apposito apparecchio, uno se lo sarebbe portato dietro.  Nell'orologio.  A pensarci bene, portarsi una delle prime versioni del cellulare al polso, sarebbe stato un vero disastro.

E poi abbiamo la pretesa di chiedere ai bambini cosa' faranno da grandi...

Monica, lo zio Franco e una ricetta.

posted Jan 25, 2012 6:40 AM by Marzia Polito   [ updated Jan 25, 2012 6:52 AM ]

Qualche anno (o decennio) fa, Michel venne a Firenze con la nuova splendida fidanzata Monica per il fine settimana.  Come da copione, Franco si chiuse in cucina ad approntare una delle sue leggendarie libagioni, e la tavola si imbandi'.  Come disse anni dopo quando portai degli amici a casa e pretenzioasamente dissi che non importava che cucinasse, "ho una reputazione da difendere".  E non si fosse mai detto che lo zio Franco, re della cucina ma anche della soggezione dei nipoti, mancasse quest'occasione.  Sicuramente colpi' nel segno, come c'era da aspettarsi, con le sue arti culinarie, ma soprattutto Monica colpi' nel segno nel conquistarci  tutti. La fama l'aveva preceduta, ma fu tutto confermato.
L'eccezione arrivo' con la soggezione.  Con Monica, non attacco'. Infatti pochi giorni dopo squillo' il telefono, e io risposi dal piccolo telefono bianco sul comodino della Fiora. Era Monica, che chiedeva dello zio Franco. Lo zio Franco??? Quando mai qualcuno della famiglia telefonava allo zio Franco??? Era la Fiora il legame universale! Monica aveva degli amici per cena  e voleva  cucinare uno dei piatti gustati il fine settimana precedente. Con tutta naturalezza, telefonava per chiedere la ricetta.
Non e' che ci siamo visti tutti i giorni, poi, e forse nemmeno tutti gli anni. Ma quando ci siamo visti e' sempre stato bello. La conversazione riprendeva facile e felice. Da quel fine settimana a Firenze,  al vostro matrimonio sotto la neve, alla nostra visita a Parigi. 
Circa un anno fa, salivo sull'aereo per la piu' breve visita in Italia da quando vivo qui,  per salutarti.  Michel ha messo oggi delle splendide tue foto su Facebook, e io ti ricordo proprio cosi'. 
Non ci giurerei, ma mi sembra che fosse fritto in forno con la salsina di pomodoro fresco. Spero che te ne sia portata dietro il sapore.
 

La Citta' Degli Angeli

posted Jan 14, 2012 8:40 AM by Marzia Polito   [ updated Jan 15, 2012 7:28 AM ]

Della Citta' degli Angeli mi sono innamorata appena scesa dall'aereo.  Raramente ho provato l'ebbrezza dell'amore a prima vista, ma la Citta' degli Angeli ce l'ha fatta.  Soprattutto, la sua luce.  La giornata infinita che si costruisce partendo di mattina e viaggiando diecimila chilometri verso ovest, costretti in una cabina d'aereo, esplodeva alle due del pomeriggio di un agosto di piu' di dieci anni fa nella luce piu' calda e surreale.  Combinata con la stanchezza e la naturale sorpresa di occhi  e corpo che aspettano la notte, risultava in una splendida vigile ubriacatura.   Cominciammo col perdersi in direzione di Inglewood ancor prima di arrivare all'autostrada e arrivammo a Pasadena qualche ora dopo, tra il traffico e la mia inesperienza col cambio automatico.  Di quei primi giorni ricordo le dimensioni. Tutto sembrava enorme, spazioso, luminoso:   gli alberi, le strade, le spiagge, le macchine, le porzioni nei piatti.
Gli Angeli, li ho capiti molto piu' tardi, piu' o meno quando ho smesso di cercare di capirli.  O quando ho smesso di cercare di spiegare questa citta' dalle persone che ci vivevano.  Firenze e' dei fiorentini, Pisa e' dei pisani, degli studenti e dei militari, Los Angeles appartiene unicamente a se stessa.   E cosi' grande com'e', compensa facilmente le nostalgie e i rimpianti con l'eccitazione delle novita', che uno non se ne accorge nemmeno.  Adoro scoprirne i segni del passato,  guardare vecchi filmati e fotografie di quando la San Fernando Valley era un immenso aranceto, o in fondo al  Santa Monica Pier c'era una  sala da ballo. Uno puo' scoprirne i ricordi in film, video, blog, social network, libri, cartoline, bancarelle di  piccole fiere locali e soprattutto muri di negozi e ristoranti che intrattengono e incuriosiscono il cliente con qualche scintilla di passato.  Poi vendono il presente. 
Los Angeles cambia in fretta.  Col mio  breve decennio, gia' mi sorprendo a ricordare vestigia del passato  come la Santa Monica Promenade piena di negozietti agli inizi degli anni 2000,  Colorado Blvd in Pasadena prima di Paseo Colorado, il meraviglioso Toppers sulla cima del Radisson Hotel a Santa Monica, e le sue Happy Hours con caraffe di Margarita a $5 e cibo a volonta', che con la sua vista a 360 sul mare attirava coppie di studenti al primo appuntamento come cerchie di allegre anziane signore e combriccole i tutti i tipi, Paradise Sushi a Hermosa Beach e le sue improbabili decorazioni, ogni volta a scoprirne una nuova e a ridacchiare.  Ma anche  la prima visita a Hollywood e Highland con la brillante idea degli elefanti di Intolerance,  la splendida architettura della  Walt Disney Concert Hall, la rinascita di DownTown e i suoi suberbi loft, il Cirque du Soleil al Kodak Theatre, il geniale accostamento del Grove al vecchio Farmers Market.  E tutti gli altri posti che continuiamo a scoprire ma che sono stati sempre li', come le case Vittoriane ad Angeleno Heights, McArthur Park, le miriadi di sentieri sulle montagne che conducono a viste meravigliose, i parchi disseminati ovunque, i ristoranti, i bar, i negozi, le spiagge.  E onestamente, non mi sembra che siamo per niente vicino ad esaurirne le risorse.
Gli Angeli, c'e' chi li vede in cielo.  Io li vedo che svolazzano ovunque, certo, sui tappeti rossi degli Oscar,  ma anche seduti di fronte a Home Depot che aspettano un lavoro occasionale sottopagato,  sempre col sorriso e mai incazzati.  Come si fa ad essere incazzati quando c'e' sempre il sole.  Pablo aspettava proprio li', quando Jim ando' a cercare qualcuno che ci aiutasse a pavimentare 10 metri quadri di terreno sotto il tiki bar.  Noi avevamo tentato il fai-da-te con ottime intenzioni e fatica infinita di una domenica intera.  Pablo fini' in una mattina,  lo pagammo il doppio della cifra irrisoria che aveva chiesto, e Jim lo accompagno' alla metropolitana che  lo riportava  a casa.  Era felice.  Carmen veniva da Pasadena a organzzarci e pulirci la casa, una volta alla settimana.  A malapena le avevo chiesto il cognome, era l'amica di una signora che lavorava per un collega.  Lavorava con intelligenza, senza tirare via. Un giorno mi disse che non poteva venire perche'doveva fare l'esame della patente. Per oltre un anno, aveva rischiato e guidato per venire da noi.  Non aveva assicurazione sanitaria, non tornava nel posto dove era nata da anni perche' non era sicura di riuscire a rientrare nel paese.  In cambio di un po' di sicurezza, scambio' infine di malavoglia la Citta' degli Angeli conl'Arizona. Perche' c'e' da dire che lo zio Sam non e' che si occupi granche' dei suoi Angeli.  Ma gli Angeli restano, e continuano a venire.  Ad essere sinceri, nel mio caso la presenza dello zio Google mi da piu' sicurezza.  
Tante volte gli Angeli mi sono sembrati superficiali, inaffidabili. Poi ho cominciato a pensare che non avessero i piedi abbastanza pesanti e con tante distrazioni, stessero solo svolazzando qua e la'.  Ho imparato a guardare i piedi degli Angeli presto, appena conosciuti. E qualche volta, ho svolazzato anch'io.  Ma la diversita' me l'hanno insegnata gli Angeli, anche quelli che non smettevano mai di svolazzare, e chissa' dove sono adesso.  Spero che siano felici.  Ho scoperto tanti Angeli meravigliosi, e sono convinta che ne scopriro' ancora.
Nella Citta' degli Angeli ci sono tante tante strade. Uno puo' prenderne una, poi tornare indietro, cambiare. Quando sono arrivata, avevo sempre la Thomas Guide in macchina. Adesso ho l'Android e Google Maps. E di strade, ne ho cambiate diverse. La cosa bella e' che non mi e' mai sembrato impossibile trovarne una nuova.
La Citta' degli Angeli mi ha presentato mio marito.  Sul tetto di un edificio a DownTown, senza muri di protezione, una calda sera d'ottobre, alla festa di compleanno di una ragazza con un tatuaggio a forma di lacrima sotto l'occhio, che nessuno di noi due veramente conosceva.  Ambedue eravamo li'  per caso.  I senzatetto erano stati assoldati per sorvegliare le macchine, l'ascensore, ad essere generosi, cigolava.  Quintessenza del romanticismo urbano. Jim cercava di fare colpo raccontandomi di aver appena letto un libro di Feynman, io  invece cercavo l'evasione da Caltech e volevo che mi racontasse dei suoi cartoni animati.  In qualche modo ha funzionato comunque.
La Citta' degli Angeli ha visto nascere i miei figli.  Una finestra della sala parto su Topolino, un'altra sul cielo e le montagne.  Per festeggiare la nascita della prima, la citta decise di fare qualcosa di diverso e fece piovere a dirotto, per il secondo invece mi regalo' un parto veloce in una mattina limpida in febbraio:  bisognava fare in fretta che c'era il SuperBowl.  Spero che della loro infanzia ricordino la luce,  il mare, i parchi, compreso Disneyland.  Hanno pochi anni e hanno gia' visto capitali europee e citta' dell'entroterra americano.  Sono Angeli genuini, perche' la diversita' non li spaventa e spero che non li spaventi mai.
Ho pensato a questo blog nel bus di ritorno dal lavoro, una sera di questo inverno angelino.  Come spesso faccio, mi godevo le palme di fianco all'autostrada.

Lontano dai mari

posted Jan 1, 2012 6:58 PM by Marzia Polito   [ updated Jan 2, 2012 9:24 AM ]

Lontano dai mari, c'e' il resto dell'America. Quella che nei film si vede solo stereotipata, quella che la maggior parte di noi emigranti moderni non tocchiamo, concentrati intorno alle grandi citta' o a quelle piccole universitarie, circondati da cosmopoliti e progressismo, convinti che il nostro virtuale passaporto da cittadini del mondo ci faccia sentire a nostro agio comunque e dovunque. Pero', a scanso di equivoci, dico sempre a mio marito che il mio pre-nup consiste nel fatto che non sono disposta a vivere a piu' di 100 miglia da una costa, fatta eccezione per qualche metropoli interna. Non che lui ne abbia intenzione, ma non si sa mai.
Il mio atletico nipote, oltre due metri, ex-professionista del basket, e la sua futura sposa, giornalista locale della NBC di Cincinnati, sono una splendida coppia all-american. E si sposano. E noi di sicuro andiamo, prima fra tutti la nostra ansiosa flower-girl, Luna che ancora non sa se il frusciante vestitino bianco con il collo di pellliccia la eccita o la spaventa. Prologo e' la ricerca disperata di calzature adatte, che' il piedino di fata non entra piu' nelle deliziose scarpette che la sposa aveva  procurato qualche mese prima. Racconta mia suocera agli occasionali conversanti di quanto siamo dovuti andare lontano per trovarle. A me sembrava quasi dietro l'angolo.  
Cosi' partiamo di conserva da Louisville verso nord,  grigia giornata, alberi spogli,  autostrada a due corsie che si snoda tra colline che uno pensa in primavera debbano essere verdi e belle. Le case, sparse. Alcune con recinti per cavalli, alcune con fienili e granai. C'e' una sensazione ovattata di calma post-natalizia che un po' mi leva il respiro un po' ancora mi stupisce, che in questa citta' ancora non mi oriento.  Io che, sedicenne, attraversai tranquilla in treno la Germania dell'est quando ancora era tale, che me ne andai in moto a Praga con un cilindro fuori uso, che masticai Qat e contrattai nel Suk a Sanaa, che dormii in strada a Madrid una notte in cui Barca-Real Madrid riempiva tutti gli alberghi, a Louisville ancora non mi oriento.
E cosi' andiamo, il piede di Jim incollato sui settanta, destinazione Russia, OH, via Cincinnati e Dayton. Questo viaggio l'ho pensato parecchio. Non l'ho mai messo in dubbio, ma, con l'occhio di poi un po' a ragione, ho pensato che mi avrebbe messo un po' alla prova. Perche' non ero la turista di un occasionale viaggio coast-to-coast, ma la zia dello sposo, la madre della flower-girl, essenzialmente famiglia, e in quanto tale sarei stata parte e non spettatore. Jim ed io abbiamo avuto la fortuna di due famiglie vere, ognuna con le sue stranezze, ma essenzialmente vere, e pur sentendosi a tratti estranei e a disagio, ce le siamo adottate a vicenda.  Cosi' non mi sarei mai voluta perdere il matrimonio del grande Dan.
Passiamo Florence, KY, con la torre dell'acqua che decreta "Florence, Y'all", e non riesco a tenermi da un G+/FB post di ironica superiorita'. La nipote diciottenne  nella macchina davanti, lo vede immadiatamente e commenta con un sorrisetto altrettanto ironico alla prima sosta.  A mia madre invece devo spiegarlo, rendendomi conto che in realta' Y'all non e' un concetto da dare per scontato.
Passiamo Cincinnati, sono piacevolmente sorperesa dalla silhoulette della citta' e dall'architettura intrigante. Mi diranno poi la nipote grande col marito che non cerca di piacere, che la citta' e' bella, ma che non c'e' confine tra quartieri belli e brutti, tra gente da frequentare e gente no. Che un lato della strada ha bellissime case e l'altro catapecchie. Che loro stanno tentando di vendere la casa che si sono rimessi a posti e scendere a sud. Ma prima di stabilirsi vogliono viaggiare. Il mercato per adesso non li aiuta, spero che il vento cambi anche per loro.  Racconto di come mi piace guidare sui viali delle parti meno ricche di Los Angeles, cercando con gli occhi un'altra colonica o vittoriana che ha visto tempi migliori.
Le colline si spianano, le case sono sempre piu' sparse, i granai e i fienili si moltiplicano, il respiro si dovrebbe allargare, invece a volte mi si accorcia. La calma ovattata non se ne va. La mia estraneita' nemmeno. Jim dice che continuo a guardare fuori dalla finestra e a dire 'interessante'.
Sopra Dayton, si devia.  Arriviamo a Covington, percorriamo la strada principale, e ci sono le case bianche con la sedia a dondolo sul portico davanti alla porta. Comincio a sentirmi in un film. Piu' tardi, via chat, mia madre mi chiedera' quale film. Penso a 'Pomodori verdi fritti alla fermata del treno', anche se poi controllo e scopro che quello si svolge molto piu' a sud. La piane si allargano sempre di piu', le case sono a liste di legno bianche (dice Jim che non e' vero legno, ma cosi' sembra), o mattoni rossi. Ormai ognuna ha il suo granaio.
Arriviamo a Versailles, OH, dove alloggeremo in un delicato albergo vecchio stile sulla via principale, tra luci di Natale e vetrine decorate in abbondanza, in stile simil-europeo. Mi colpisce la vetrina del negozio di "Religious and inspirational gifts". Poi i bambini cominciano a saltare sui letti, ed il ballo comincia.
In serata, prove generali in chiesa e 'rehersal dinner', finalmente a Russia. Che, se per caso erroneamente avete pensato che si pronunciasse come lo stato est-europeo, vi sbagliate di grosso. Rusci, si dice.  Chissa' se e' colpa della guerra fredda, e dei comunisti senza Dio. Wikipedia dice che fu fondata nella meta' del milleottocento da emigranti francesi provenienti dall'impero Russo, di qui il nome.  E sempre in quegli anni fu celebrata la prima messa nell'imponente Chiesa di Saint Remy.  Il giorno seguente al matrimonio pensero' che  lo stile celebrativo, ad essere onesti, non si e' ammodernato un granche'.
E la flower-girl e' nel suo.  Colpo di genio, la abbandono nelle mani della cugina grande, che se la porti nel gineceo delle nove damigelle d'onore, piu' la sposa, la mamma della sposa e la collega flower-girl locale.  La quale, piu' giovane e spaurita invece stenta a sciogliersi. Guardo sua madre, con un'altra piccola nell'altra mano e una/o in pancia (8 mesi, mi dira' poi), e penso che se ha piu' di 23 anni se li porta proprio bene.  Il grande Dan e la sua coorte dei 9 fanno due metri di media statura. Tra stasera e domani conoscero' a sprazzi una famiglia enorme, gioviale e accogliente, che in quanto a numeri scusate ma le nostre gli fanno il solletico. E tante coppie giovani giovani, con tanti bambini, e le mamme che stanno a casa.
Parcheggiando di ritorno a Versailles una cordiale signora nota la targa del Kentucky.  'Da lontano siete venuti...'. 'Mah, signora, dico io, veramente noi veniamo dalla California. Cioe' per dire il vero vengo dall'Italia', ma poi mi pento di aver allargato l'orizzonte.  Cosi' mi chiede chi si sposa 'Ah, una Borchers di Rusci, sono anch'io di Rusci, sono dei ....' un nome che non capisco e che per qualche motivo mi sembra Monaci o Bonelli (tipici cognomi Casteldelpianesi).
Del matrimonio in se' racconteranno meglio poi le foto, delle damigelle vestite d'oro e del sontuoso vestito bianco con il lungo strascico di pelliccia, degli sposi che partono su una decappottabile in questo freddo, delle bolle di sapone invece che del riso, del ricevimento con 500 persone e dell'abbondante pollo fritto, in onore dello sposo dal Kentucky.
Al ricevimento, Jim capta una conversazione su un possibile affare da farsi.  Perche' chi ha pensato che queste siano zone depresse, si sbaglia di grosso.  Dall'ultimo censimento  risultano 500 abitanti (99.5% bianchi) e 200 nuclei familiari, nessuno sotto la soglia di poverta', anzi, con un'imponibile mediano per famiglia di 62000$.  E dico poco.  Per chi ha pensato che la gente stia con le mani in mano a spaziare lo sguardo tra una casa all'altra nella grande piana, o si distrugga nel sogno della grande citta', sappia che  c'e' pure un Business Technical Advisory Committee, con la missione di  assist startup or expanding companies with advice and business knowledge.  Ed evidentmente, la disoccupazione non e' un problema.
Cosi'  me ne vado dal profondo dell'Ohio, pensando che  tutto questa energia semplice che ho condiviso, familiare in prestito per un giorno, liberi le menti che riescono a soddifarsene, forse forti della mancata conoscenza delle alternative, e sia  il segreto del cuore dell'America.

Auguri Dan e Laura!



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